18 ottobre 2006

L'insostenibile leggerezza del nerd

Tra le cose che ho letto in rete negli ultimi giorni e che mi hanno colpito ci sono due articoli che apparentemente non hanno nulla in comune ma che io vedo collegati da un irritante filo rosso.

Nel suo blog, Heidi MacDonald ha dedicato un messaggio alla recente polemica fra Mark Waid e alcuni utenti del forum di Newsarama a proposito del passaggio dell'editor Steve Wacker dalla DC alla concorrente Marvel. Waid, che tra parentesi è artefice della rovina della mia adorata Legione dei Super-Eroi proprio in combutta con quel manzo sovraormonizzato di Wacker, ha attaccato con estrema violenza verbale tutti coloro che avessero accusato di scarsa professionalità l'ex editor di "52", il delicato progetto settimanale della DC attualmente ancora in corso di pubblicazione e costretto quindi
in itinere alla ricerca di un nuovo coordinatore. La dolce Heidi, blogger di una certa fama nel mondo dei comics anche se ancora oggi non me ne spiego la ragione, rincuora il flaccido amico Mark con le solite frasi di circostanza da intellettuale snob del fumetto, tipo che l'unica cosa che gli autori professionisti possono imparare da Newsarama è la tendenza dei fan a lamentarsi a prescindere, bla bla bla.
Ora, non è che questo ragionamento da parte della MacDonald sia del tutto sbagliato, anzi. Che gli appassionati di super-eroi siano una specie conservatrice è un fatto dolorosamente noto a tutti coloro con meno di tre fette di salame sugli occhi. Questa polemica resta comunque assai inquietante per due ragioni. La prima è che sono proprio gli editori e gli autori come Waid e Wacker a forgiare il proprio pubblico una generazione dopo l'altra con storie dense di sola continuity e che favoriscono la nerdizzazione. Cioè, non ci si può lamentare di aver allevato un figlio cannibale se per tutta la vita gli si è data in pasto carne umana. Ma soprattutto, cara Heidi, non ti vergogni di scrivere certe stronzate dopo esserti pubblicamente strappata i capelli in preda allo sgomento suscitato nella tua fragile psiche dal pesante restauro alla serie classica di Star Trek? Ma stai zitta, va, vai a casa e prepara la cena a qualcuno che lavora davvero, ipocrita.

Su un simile registro è questo articolo di Michele Medda, che per i pochi marziani che non lo sapessero è uno dei creatori del bonelliano Nathan Never.
“Qualità” è la parola passepartout con cui i nerd spiegano qualsiasi fenomeno editoriale. E' la pietra di paragone assoluta. Se una serie gradita al nerd non va, “la qualità era troppo alta... il pubblico non poteva capire.”. Se una serie gradita al nerd ha successo, “la qualità è premiata”. Se una serie sgradita al nerd non va bene, “la scarsa qualità è punita, c'è una giustizia a questo mondo”. Se una serie sgradita al nerd invece ha successo, l'autore “ha deciso di non puntare sulla qualità per inseguire il facile successo.”
Sarò franco, trovo insopportabile questo atteggiamento di superiorità nei confronti delle critiche. In primo luogo perchè generalizza in modo banale quello che invece è un trend riscontrabile negli appassionati di qualsiasi forma artistica. Invito chiunque stia avendo la pazienza di leggere queste righe ad immaginare in un qualsiasi contesto extra-fumettistico le frasi ipotizzate da Medda, applicandole magari ad un film, a un libro o, perchè no, all'ultimo album di qualche gruppo musicale. Insomma, ascrivendo delle
considerazioni da luogo comune a una tipologia specifica di lettori, e non una caso perchè "nerd" ha in sè una connotazione negativa e un po' viscida, l'effetto voluto è probabilmente quello di abbassare agli occhi del pubblico il valore del loro stesso giudizio.
Secondo Medda, l'ossessione per la "qualità" deriva dal bisogno inconscio da parte delle persone di elevare i propri hobbies ad attività culturalmente valide in assoluto, come per giustificarsi di fronte alla società tutta per il tempo presumibilmente "perso" a leggere un fumetto o immersi in un videogioco. Ancora una volta, potrei essere d'accordo con questa affermazione se non fosse per un paio di modesti particolari. Il primo è che di fatto, nel mondo reale, parlare di "qualità" non implica necessariamente un paragone implicito con tutte le forme d'arte ma, come più di frequente accade, ha un peso dimensionato al contesto della discussione. "Predator" non può senz'altro vantare un voto alto sul Mereghetti, ma non si può negare che nel genere dei film d'azione sia riuscitissimo. Una piadina, se pur ottima, non mi darà mai lo stesso piacere di un piatto di lasagne ma, nell'ambito dei piatti da tavola fredda, può
ugualmente essere "di qualità". Il fatto di essere appassionati di qualcosa non significa doverla mandar giù a naso tappato come con l'olio di ricino. Quando si smette di seguire una serie a fumetti è quasi sempre perchè, al di là della "qualità" oggettiva, essa ha semplicemente perso ai nostri occhi la magia che aveva un tempo. Punto. E' un taglio doloroso per il collezionista puro, certo, ma anche perchè testimonia il costante cambiamento che caratterizza l'esistenza, la piccola "morte" di ogni secondo che ci abbandona inesorabilmente alla nascita di uno nuovo, diverso, imprevedibile. Un problema, questo, difficile da affrontare per un autore e che è certamente più facile sbolognare con un attacco gratuito al pubblico "ingrato".
Ma, ancor più grave, è secondo me il fatto che l'accusa di Medda abbracci anche tantissimi professionisti dell'enterteinment. Ne ho già accennato in precedenti post per cui non entrerò di nuovo nel dettaglio, ma basti pensare ad esempio a certi sceneggiatori d'oltreoceano che, per rendere "adulta" e quindi socialmente accettabile la loro passione per il fumetto, snaturano personaggi dal prezioso animo infantile in icone spente del mondo cinico dei grown-ups.
Io mi rendo conto che ricevere una critica al proprio lavoro sia snervante e possa causare dispiaceri. Ma questa situazione è se mai solo peggiorata se il soggetto della critica parte dall'assunto che il prossimo sia un imbecille... o un "nerd".

2 commenti:

Vforvoglino ha detto...

Condivido al 100 per 100. Stare dalla parte "giusta" della barricata può servire a giustificare scelte puramente commerciali, come a suo tempo è capitato anche al sottoscritto. Ma se la qualità di un prodotto è bassina, tacciare pubblicamente il pubblico pagante di scarsa disponibilità o pretese eccessive è puro abuso di potere.
Per di più, trattasi di una strategia suicida: perché nell'era del web, a decidere le fortune di tante iniziative editoriali è il "word of mouth", non i pareri interessati di chi li realizza...

giopep ha detto...

Solo un appunto: Predator è un gran film, cinema cazzutissimo, una delle migliori regie di McTiernan.
E sul Mereghetti ha tre stelle.
:)