20 agosto 2006

Speciale Equivoci

Più volte nei messaggi di questo blog ho sottolineato l'importanza di rispettare il concept originale di un personaggio o di una serie, cioè l'idea che caratterizza e rende unico ogni fumetto rispetto agli altri. I Peanuts non sarebbero gli stessi se Charlie Brown decidesse improvvisamente di consumare il suo affetto verso la Ragazza dai capelli rossi facendosi una pippa dietro al celebre muretto. L'Uomo Ragno smetterebbe di essere l'incarnazione dell'uomo della strada se ne venissero svelate misteriose origini aliene. Non si tratta di essere refrattari ai cambiamenti, di non avere coraggio, ma solo di rispettare la ricetta... una torta di mele non si può fare con nessun altro frutto.
Dopo questa inevitabile premessa, mi permetto di fare un passo avanti. Attenzione: seguono alcuni SPOILER su albi DC ancora inediti in Italia!
No, seriamente, non credi che il Supes originale, il primo supereroe, dovesse uscire di scena nel modo splendido narrato in Crisis? In IC Johns gli ha fatto fare la fine di un idiota... che ci sta pure, visto il carattere manicheo del personaggio, ma che sembra una totale mancanza di rispetto nei confronti di un personaggio di tale levatura.
Questa citazione di Cristiano Grassi, editor Panini Comics, mi porta dritto al punto. Brad Meltzer, già autore di una serie di romanzi legal thriller da me molto apprezzati, rivela in Identity Crisis alcuni pericolosi scheletri nell'armadio della Justice League, mostrandoci il lato debole del titanico gruppo di amici della legge. In Infinite Crisis di Geoff Johns, Supermen di vari mondi paralleli affrontano ogni situazione con la lucidità di un troglodita, sferrando cazzotti ovunque senza porsi domande e provocando infine la morte di Kal-L, incarnazione dello storico uomo d'acciaio della golden age.
Tutte le considerazioni espresse dagli autori di cui sopra possono anche avere senso in assoluto e, per quanto io non le abbia apprezzate, non mi interessa ora giudicarle in sè e per sè, ma da un punto di vista il più possibile "tecnico" e "oggettivo".
I comics DC affondano le proprie radici in una forte componente iconica. In parole povere, le vicende e i personaggi dipinti in quelle storie rappresentano delle metafore, più o meno evidenti, della realtà. La potenza del "transfert" è favorita dal netto distacco con il reale, che sottolinea il valore simbolico di ogni elemento del racconto. Per rendere credibile un simile contesto, nel DNA di Superman & soci è inscritta la richiesta di una bassa sospensione dell'incredulità; mischiare questo aspetto con un punto di vista "realistico" sarebbe come accompagnare un buon piatto con un vino non appropriato, cosa che non valorizzerebbe nessuno dei due, sottolineandone anzi i rispettivi difetti.
Alla luce di queste caratteristiche, il prezzo di un colpo di scena da detective story su quanto sia fallibile la JLA è la totale perdita di credibilità della stessa, che si riduce in un'ottica terra-terra a un gruppetto di goffi fascistelli. O, nel caso della scomparsa del Superman di Terra-2, il primo super-eroe della Storia del Fumetto, l'immagine di una pietra tombale che chiude il cerchio su un intero genere.

Una simile confusione nel rappresentare degli eroi DC, che non si limita certo a gli eclatanti esempi appena presi in esame, nasce a mio avviso da una serie di fattori concorrenti e riconducibili al pregiudizio comune che una storia con un protagonista "senza macchia" sia di per sè noiosa, priva di mordente perchè scontata. Per usare l'espressione di Cristiano Grassi, manichea. Ma questa è una visione che si basa su una visione "faziosa" della fiction, che privilegia l'identificazione del lettore attraverso un protagonista che gli somigli umanamente. Vien da sè quindi che, secondo tale modello, un'icona positiva e monolitica come Superman possa risultare narrativamente stantìa perchè lontana dal sentir comune.
Identity Crisis è un racconto ottimamente costruito, che pone la Justice League con le spalle al muro di fronte a una situazione di ambiguità morale impossibile da non affrontare. Leggendo la miniserie di Meltzer, è inevitabile immedesimarsi nei tormentati eroi ritratti, arrivando perfino a giustificarne le contraddizioni e gli errori umani. Ma, appunto, quella situazione è "costruita", è creata ad hoc dallo sceneggiatore per arrivare a uno scopo premeditato e non va assimilata in assoluto come
tappa inevitabile nel percorso "realistico" di un gruppo come la JLA.
Come ci dimostra Grant Morrison nel suo All-Star Superman,
rivisitazione moderna dell'estetica narrativa silver age premiata quest'anno con l'Eisner Award, è possibile aggiornare la gestalt iconica dei classici DC in modo da renderla adatta ai gusti del pubblico contemporaneo. Purtroppo, per via di una distribuzione elitaria, i comics sono rivolti a una fetta di mercato sempre più distinta e limitata, costringendo le case editrici ad appiattirsi su una domanda sempre uguale a se stessa e, come se non bastasse, refrattaria alle novità come quella dei fanboys. Ogni tentativo di reiniettare una dose di personalità e di "magia" nelle storiche franchise DC sembra essere scoraggiato sul nascere, come dimostrano i dati di vendita della stessa All-Star Superman, regolarmente doppiata nella top 100 dal banale omologo All-Star Batman di uno spento Frank Miller.
Chissà se, ripercorrendo la strada dell'attuale generazione di autori che deve il proprio gusto alle letture giovanili di fumetti della Marvel, la Camelot della trasformazione dei comics di super-eroi in chiave maggiormente introspettiva, gemme luminose come All-Star Superman potranno in qualche modo spingere qualche giovane scrittore ad esaminare i personaggi DC con maggior lucidità e senza limitarsi ad applicare la facile "formuletta" da soap operas.

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