13 luglio 2006

"Sei diretto a Hicksville?"

La vita di una persona può cambiare in un istante. Io ci credo davvero, mi è successo più di una volta e, grazie al cielo, spesso è stato per il meglio. Uno di questi momenti è avvenuto, sotto forma di una specie di illuminazione, durante la lettura di Hicksville.
Senza anticipare nulla della trama di questa meravigliosa graphic novel, Hicksville è una storia sulle motivazioni che spingono un autore a fare fumetti e, in generale, su quelle dietro ad ogni artista. Perchè scrivere, perchè disegnare? Perchè raccontar(si)? La risposta che ho tratto da quest'opera
di Dylan Horrocks è la stessa che, forse, era già nascosta di fronte a me dietro alla spessa coltre di "cosa farò da grande?". L'esigenza di esorcizzare i propri pensieri sulla carta, in una sorta di consapevole transfert freudiano, risponde al bisogno di conoscersi meglio e di spezzare le convenzioni sociali che impediscono alle persone di farsi conoscere davvero. Insomma, l'arte come forma di terapia non solo per chi la fruisce ma soprattutto per chi la realizza.
Di fronte a questa immagine, ogni velleità di fare del fumetto una professione vera e propria ha perso ogni interesse di fronte ai miei occhi. Il bimbo che inseguiva un posto dietro al tecnigrafo come una specie di valhalla naif è diventato un ragazzo con il bisogno primario di dare un senso al caos dell'esistenza, razionalizzandolo attraverso le regole più o meno rigide della narrativa. Hicksville mi ha restituito il valore della scrittura e del disegno, il loro reale peso sulla bilancia della vita. Passioni da coltivare come indispensabili piaceri, con la mentalità di un artista "underground" che non accetta marchette.
In questo senso, internet è il mezzo ideale per diffondere pubblicamente e senza barriere i propri lavori, cosa che mi auguro di fare d'ora in poi sulle pagine di questo sito. Nella speranza che, perchè no, un giorno la mia catarsi personale possa suggerire a sua volta
a qualcun altro uno di quei momenti che cambiano la vita.

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