25 luglio 2006

Equivoci

Newsarama riporta un'interessante dichiarazione rilasciata da Mike Carlin, noto editor DC Comics, nel corso di una delle conferenze ospitate questo fine settimana dalla ComicCon di San Diego.
Responding to fan's concern about the apparent loss of the more whimsical elements from Captain Marvel, Carlin said that the more whimsical nature of Captain Marvel as shown has been an element in the character's history, and one that he personally likes, but the lighter touch or whimsical approaches don't seem to sell as well as more realistic or slightly darker titles.
In sintesi, rispondendo alla domanda di un lettore a proposito di cosa sia accaduto alla spensieratezza un tempo marchio di fabbrica delle storie di Capitan Marvel, Carlin afferma senza troppo pudore che, semplicemente, è un elemento che non fa più non vendere i fumetti.
In teoria non ci sarebbe nulla da obiettare. La DC non produce certo comics per beneficenza. E dubito che qualcuno potrebbe essere mai così folle da pretendere che gli autori rimbalzino
le leggi del mercato o i desideri del pubblico nel concepire le proprie storie. Ma, a mio avviso, il discorso non può morire qui. E' necessario un piccolo approfondimento per valutare meglio le parole e le scelte editoriali di una major come la DC Comics.

Iniziate nel 1939 per mano di Bill Parker e C.C. Beck, le avventure di Capitan Marvel si fondano su una formula rivolta a coinvolgere i più piccoli, seguendo le orme di Winsor McCay in Little Nemo (1909) e anticipando opere più recenti come Dragonball di Akira Toriyama. L'alter ego di Billy Batson è in realtà un bimbo che, pronunciando una semplice parola magica, può trasformarsi in un adulto dai poteri sovrumani. Insomma, il punto di incontro ideale tra personaggi come Superman, icone inarrivabili alle quali ispirarsi, ed eroi più terra terra che offrono invece una facile e diretta immedesimazione. In un simile contesto, la scelta dei creatori di filtrare le avventure del "formaggione rosso" attraverso la fantasia sfrenata e divertita dei bambini non solo ha perfettamente senso, ma garantisce alla franchise un marchio stilistico assolutamente distintivo.
Rispetto agli anni '40, l'età media degli appassionati di fumetti si è alzata molto. Se una volta la lettura era tra le principali forme di intrattenimento, oggi è stata soppiantata da altri media maggiormente interattivi. Così, in una forma di accanimento terapeutico, figure come quella di Capitan Marvel vengono private della spina dorsale e adattate ai gusti del target del momento senza preoccuparsi dei risultati. In un mondo che si riscopre amante dei dolci, la reazione della DC è quella di modificare la ricetta della pizza sostituendo al pomodoro la nutella. I risultati di una gestione tanto oculata sono più di trent'anni di storie insipide e di presunti rilanci conclusi dopo poco tempo con la coda fra le gambe.
Quello che io penso è che, invece di sprecare tante risorse nella spersonalizzazione di un'idea vincente, sarebbe stato molto più saggio e produttivo riconoscere le vere potenzialità del Capitano, proponendone le gesta ai più piccoli magari sotto forma di cartoni animati o di pubblicazioni mirate. D'altronde, il mercato dei libri per l'infanzia sta riscoprendo proprio in questi anni una nuova linfa grazie a successi come Harry Potter o Geronimo Stilton. Ma questo, ovviamente, non accadrà mai. Lo staff della DC è un gruppo di fanboys in piena fase di negazione, pronti a violentare i personaggi che amano per renderli "adulti" piuttosto che ammettere di essere ancora legati a un prodotto infantile.

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