26 luglio 2006

Recensioni rapide

Ho pubblicato sul DC Forum due nuove Flash Reviews. Questa volta ho recensito Superman #654 e il #0 della nuova collana dedicata alla Justice League of America, due letture amene ma non esaltanti.
Vorrei segnalare inoltre un altro articolo pubblicato oggi sul DC Forum, anche se non è a mia firma. Si tratta di uno speciale dedicato a Seth Fisher, geniale cartoonist morto prematuramente agli inizi di quest'anno. Un'occasione per riscoprire, attraverso una serie di rapide reviews delle sue opere DC (quasi tutte inedite in Italia), il genio creativo di un artista senza frontiere.

25 luglio 2006

Un angelo al pianoforte

Nel corso di un rapido tour su YouTube, ho scoperto che giusto l'altro ieri è stato aggiunto il video di quella che probabilmente è la mia canzone preferita, Devil may care nella versione suonata da Diana Krall durante il suo meraviglioso concerto a Parigi del 2002. L'effetto che questo pezzo ha su di me è simile a quello del violino sulla creatura in Frankenstein Jr. di Mel Brooks, chi ha visto il film sa cosa intendo. Non potevo non sfruttare l'occasione per postare questo filmato anche qui, anche solo per avere facilmente sottomano l'immagine di un angelo che suona il pianoforte.

Equivoci

Newsarama riporta un'interessante dichiarazione rilasciata da Mike Carlin, noto editor DC Comics, nel corso di una delle conferenze ospitate questo fine settimana dalla ComicCon di San Diego.
Responding to fan's concern about the apparent loss of the more whimsical elements from Captain Marvel, Carlin said that the more whimsical nature of Captain Marvel as shown has been an element in the character's history, and one that he personally likes, but the lighter touch or whimsical approaches don't seem to sell as well as more realistic or slightly darker titles.
In sintesi, rispondendo alla domanda di un lettore a proposito di cosa sia accaduto alla spensieratezza un tempo marchio di fabbrica delle storie di Capitan Marvel, Carlin afferma senza troppo pudore che, semplicemente, è un elemento che non fa più non vendere i fumetti.
In teoria non ci sarebbe nulla da obiettare. La DC non produce certo comics per beneficenza. E dubito che qualcuno potrebbe essere mai così folle da pretendere che gli autori rimbalzino
le leggi del mercato o i desideri del pubblico nel concepire le proprie storie. Ma, a mio avviso, il discorso non può morire qui. E' necessario un piccolo approfondimento per valutare meglio le parole e le scelte editoriali di una major come la DC Comics.

Iniziate nel 1939 per mano di Bill Parker e C.C. Beck, le avventure di Capitan Marvel si fondano su una formula rivolta a coinvolgere i più piccoli, seguendo le orme di Winsor McCay in Little Nemo (1909) e anticipando opere più recenti come Dragonball di Akira Toriyama. L'alter ego di Billy Batson è in realtà un bimbo che, pronunciando una semplice parola magica, può trasformarsi in un adulto dai poteri sovrumani. Insomma, il punto di incontro ideale tra personaggi come Superman, icone inarrivabili alle quali ispirarsi, ed eroi più terra terra che offrono invece una facile e diretta immedesimazione. In un simile contesto, la scelta dei creatori di filtrare le avventure del "formaggione rosso" attraverso la fantasia sfrenata e divertita dei bambini non solo ha perfettamente senso, ma garantisce alla franchise un marchio stilistico assolutamente distintivo.
Rispetto agli anni '40, l'età media degli appassionati di fumetti si è alzata molto. Se una volta la lettura era tra le principali forme di intrattenimento, oggi è stata soppiantata da altri media maggiormente interattivi. Così, in una forma di accanimento terapeutico, figure come quella di Capitan Marvel vengono private della spina dorsale e adattate ai gusti del target del momento senza preoccuparsi dei risultati. In un mondo che si riscopre amante dei dolci, la reazione della DC è quella di modificare la ricetta della pizza sostituendo al pomodoro la nutella. I risultati di una gestione tanto oculata sono più di trent'anni di storie insipide e di presunti rilanci conclusi dopo poco tempo con la coda fra le gambe.
Quello che io penso è che, invece di sprecare tante risorse nella spersonalizzazione di un'idea vincente, sarebbe stato molto più saggio e produttivo riconoscere le vere potenzialità del Capitano, proponendone le gesta ai più piccoli magari sotto forma di cartoni animati o di pubblicazioni mirate. D'altronde, il mercato dei libri per l'infanzia sta riscoprendo proprio in questi anni una nuova linfa grazie a successi come Harry Potter o Geronimo Stilton. Ma questo, ovviamente, non accadrà mai. Lo staff della DC è un gruppo di fanboys in piena fase di negazione, pronti a violentare i personaggi che amano per renderli "adulti" piuttosto che ammettere di essere ancora legati a un prodotto infantile.

22 luglio 2006

Perle ai porci: Lupus

Frederik Peeters è un autore svizzero di enorme sensibilità e talento. I suoi personaggi, icone dei limiti caratteriali dell'uomo, sono vittime di emozioni intense e coinvolgenti, descritte con profondità e ricchezza da tocchi di pennello morbidi ma decisi. L'ultima opera di questo giovane e straordinario artista, che già mi aveva commosso con Pillole Blu, è Lupus, racconto delle vacanze psichedeliche di due vecchi amici la cui inconsistente visione della vita subirà loro malgrado un brutale scossone. Lupus, che si snoda in un ambiente fantascientifico ma mai alieno, è una deliziosa graphic novel sull'amicizia, sull'amore, e sulla dipendenza da entrambe le cose.
Purtroppo, questo fumetto costituisce solo l'inizio di una vicenda più lunga, che si conclude in un secondo volume. Ma grazie al fiuto dei lettori italiani, che intimoriti dal prezzo in effetti poco invitante sembra abbiano preferito risparmiare qualche euro per il magazine del Grande Fratello, potremmo non leggere mai nel nostro bell'idioma il finale di Lupus, già edito in Francia per i tipi di Atrabile.
Fate un favore a voi stessi e al Fumetto e regalatevi Lupus. Se poi non vi bastasse lo spazio in libreria, beh, potreste sempre approfittarne per buttare nel bidone della carta tutti i tie-in dell'Era di Apocalisse.

20 luglio 2006

Cose che mi fanno incazzare /2

Ultimamente, la DC Comics ha dedicato particolari attenzioni a Flash, personaggio ritenuto in grado di sorpassare l'anonima media di vendite degli ultimi anni. Vista l'acutezza degli attuali vertici della casa editrice newyorkese, sarebbe meglio scrivere che nessun personaggio del DCU ha più scampo di salvarsi dallo stupro da parte di menti dalla dubbia creatività, come quella del nuovo boss Dan Didio. Non c'è rifugio nemmeno sul fondo del barile, anzi, è lì il pieno fronte. E infatti il rilancio di Flash è capitato a ridosso della peggior saga DC di tutti i tempi, Infinite Crisis, una storia che potrei riassumere in due parole con "encefalogramma piatto" (per ulteriori approfontimenti, rimando alle mie recensioni qui e qui). Invischiato nel pantano di quell'evento, il lampo scarlatto ha perso a mio avviso circa un miliardo di spunti, gettati inutilmente nel tritacarte in nome di un revamp frettoloso.

La serie di Flash racconta le avventure di una dinastia di eroi legati dallo stesso potere, quello della super-velocità. Tramandandosi
il testimone di uomo più veloce della Terra, i Flash tengono viva la fiamma di un grande simbolo di pace e stabilità. Al primo velocista, Jay Garrick, scavezzacollo degli anni '40, sono così subentrati i successori Barry Allen (1956) e Wally West (1959, Flash dal 1986). E, all'alba di Infinite Crisis, Bart Allen (1994, 2006).
A questo punto, vale la stessa nota a margine che caratterizza la mia demolizione della nuova Legione e, in generale, qualsiasi mio commento critico. Da lettore, sono più che favorevole ai cambiamenti in sè e per sè, per quanto estremi. In questo caso non è certo il trasloco del ruolo di Flash in carica a sconvolgermi, tantopiù che Bart è un personaggio al quale sono molto legato affettivamente (la serie a lui dedicata in precedenza, Impulse, fu il mio primo acquisto DC in originale). Ma, ancora una volta, la DC mi delude con una realizzazione povera da ogni punto di vista, narrativo e grafico.
Pur avendo la caratteristica comune di essere eroi positivi e solari, ogni Flash è differente dall'altro sotto vari aspetti. Se Barry, icona della silver age, è una figura stabile e rassicurante, una specie di ideale
maschile paterno, il più recente Wally incarna l'uomo comune, in costante conflitto con i propri limiti ma sempre in pista nel cercare di superarli. Insomma, un tipico giovane alle prese con le insidie della vita, le cose che davvero formano il carattere e la personalità. Negli ultimi anni, però, gli autori DC hanno cercato in ogni modo di invecchiare il pel di carota West, prima attraverso il matrimonio e quindi rendendolo addirittura padre di due gemelli. Per farla breve, il super-eroe messo a scaldare nel forno è stato lasciato bruciare con premeditazione dall'imperdonabile bullpen DC. Asfissiata dall'odore di fumo, la redazione si è quindi rivolta per la disperazione a un take away dell'ultimo minuto, alla ricerca immediata di un piatto fresco e vicino ai gusti dell'attuale generazione di lettori. Il fattorino ha purtroppo consegnato un Bart Allen mal cucinato, impastato con ingredienti che ne coprono il sapore originale di adolescente impetuoso e un po' ingenuo, in favore dell'aroma del Wally di non molti mesi fa.
In sintesi, che senso ha fomentare un ricambio generazionale tra i protagonisti di una serie se il risultato dell'operazione non solo è sbiadito in assoluto (bocca mia, taci sulla qualità della nuova collana di Flash), ma non è che un passo indietro verso le storie pubblicate l'altro ieri? E' così difficile dare senso e coerenza a un'evoluzione che avrebbe potuto essere memorabile e che invece scorre come uno strattone per i capelli? Ma soprattutto, perchè arrivare al punto di essere costretti a mosse editoriali così violente quando sarebbe bastata un po' di prevenzione a conservare in salute un personaggio, quello di Wally, che aveva ancora molto da dire prima che una serie di sceneggiatori fanboys non lo distorcesse in nome delle loro stesse fantasie adolescenziali? Queste sono cose che mi fanno incazzare.

19 luglio 2006

I sostituti...?

Finalmente ho un nuovo scanner, e ho subito pensato di collaudarlo disegnando al volo un piccolo schizzo legionario. I personaggi dell'immagine che ho pubblicato in questo messaggio non sono pescati a caso dalla storia passata della Legione dei Super-Eroi. Fanno parte della storyline che ho in mente per recuperare il team del '94 dal limbo nel quale è stato ingiustamente relegato dalla DC. E, allo stesso tempo, per lanciare una frecciata ai principi da finto-leoncavallini dell'attuale versione del gruppo...
Chi vivrà, vedrà! Forse.


16 luglio 2006

Superman Returns!

Nei cinema italiani non arriverà prima di settembre, ma sul monitor del mio pc Superman Returns ha già debuttato alla grande. Ovviamente si tratta solo di un antipasto in vista di una migliore visione nel multiplex più vicino, ma è abbastanza per accontentare la mia enorme curiosità e scrivere una breve recensione. Occhio agli spoiler, seppure ridotti al minimo.

E' necessaria una piccola premessa. Gli amanti di Batman Begins, la pellicola di Christopher Nolan che ha aperto una nuova stagione per il DC Universe sul grande schermo, si preparino a un prodotto totalmente diverso. Se il ritorno alla celluloide dell'alter ego di Bruce Wayne è una origin tale, un racconto solido e senza fronzoli che indaga sulla psiche dell'uomo pipistrello attraverso gli eventi che lo hanno condotto alla lotta al crimine, Superman Returns è un vero e proprio sequel dei primi due film dell'azzurrone. Sgravata dall'onere di introdurre come nuovi i personaggi in gioco, la storia può limitarsi a raccontare un'iconica avventura di Superman, ispirata in special modo al precedente film di Richard Donner.
La trama è piuttosto elementare, e facilmente intuibile dai (troppi) trailer. Dopo un lungo viaggio nello spazio alla ricerca di se stesso, Kal-El ritorna finalmente sulla Terra. L'aspetto delle reazioni della gente comune all'assenza dell'eroe di Krypton è accantonato (d'altronde sappiamo già come sia un mondo senza Superman) in favore del punto di vista di Lois Lane. Pur con difficoltà, la storica anima gemella dell'uomo d'acciaio pare essere riuscita a darsi pace e a rifarsi una vita in mancanza del suo lui. Ma si può davvero dimenticare il vero amore, o la solitudine urla grida d'aiuto alla ricerca di un salvatore, ugualmente a una persona in difficoltà?
Quello di Lois è forse il personaggio meglio sviluppato di tutto il film, una donna croccante fuori ma con un morbido cuore al cacao. Kate Bosworth è di una dolcezza avvolgente, che spazza via l'aggressività da caffeinomane della meno amabile omologa a fumetti. Brendon Routh è un Superman davvero impressionante. Non che il suo personaggio abbia poi molto dialogo nel corso del film, ma la somiglianza fisica e nella mimica del giovane attore verso il mai dimenticato Christopher Reeve stipusce già dalle prime scene. Dunque la clonazione umana esiste?
Ovviamente, la storia non segue le sole tragedie amorose dell'uomo del domani, che è anche coinvolto in uno scontro all'ultimo sangue con un Lex Luthor più malvagio che mai. Kevin Spacey riprende il carattere del genio arrogante interpretato da Gene Hackman, allargandone lo spettro delle emozioni con notevoli risultati di recitazione borderline.
Superman Returns è un film emozionante girato con attenzione e sobrietà da Bryan Singer, che incastra con buon equilibrio gli elementi di quella che non vuole essere altro che una favola epica dal sapore silver age. Insomma, un ottimo blockbuster, ma con l'anima.

15 luglio 2006

Anime del futuro

In autunno, la Warner Bros produrrà una serie tv sulla Legione dei Super-Eroi. Ovviamente, un fan devoto come me non può che aspettare con quanta più ansia possibile l'uscita questo cartoon (lo stadio successivo sarebbe l'aneurisma), che sarà realizzato dallo staff già responsabile di veri e propri gioielli come Justice League Unlimited e Teen Titans. Oggi, all'interno di un documentario su Superman andato in onda negli Stati Uniti, è stato trasmesso in anteprima un primo frammento animato del cartone. Ringrazio lo sconosciuto che ha caricato la sequenza su YouTube, regalandomi un piccolo momento di gioia da nerd.

14 luglio 2006

Quelli che la Legione...

Come accennavo in questo messaggio, ho molti progetti in cantiere riguardo alla Legione dei Super-Eroi. Sono letteralmente innamorato di questo concept. Come gruppo, la Legione è una vera e propria icona, ma allo stesso tempo ogni singolo membro ha una forte personalità a livello umano e un ruolo preciso e insostituibile all'interno della storia. Mi pare che una volta fu Paul Levitz, forse il miglior sceneggiatore della serie, a definire i legionari come i "Pokémon dei comics", riferendosi al fatto che tra loro è estremamente facile per un lettore trovare almeno un eroe in cui immedesimarsi, da eleggere a preferito.
Prima che la DC se ne uscisse con l'ultimo, tremendo
reboot, avevo in mente di rinarrare sotto forma di strip le origini della Legione del 1994 rivedendone molti dettagli. Mi sarei ispirato alle vecchie strip d'avventura alla Jeff Hawke, filtrando la forte drammaticità attraverso un'estetica silver age. Purtroppo, battendomi sul tempo col suo rilancio, la DC ha cancellato in me ogni desiderio di trovarmi davanti agli occhi l'ennesimo duplicato della Legione, costringendomi a modificare i miei progetti.
L'idea alla quale sto attualmente lavorando è figlia proprio della mia frustrazione da reboot. Per giustificare il cambio della guardia tra la vecchia e la nuova Legione la DC ha fatto scomparire il gruppo del '94 nel flusso temporale, mentre nel frattempo la Storia veniva riscritta cancellando il loro futuro (Teen Titans/Legion special, settembre 2004). Da questi presupposti, ignorando ogni storia successiva della Legione "ufficiale", prenderebbe il là il mio fumetto, che conto di iniziare a disegnare al più presto. Per ora non voglio andare oltre, se non mostrando un altro degli schizzi che avevo parcheggiato sull'hard disk. Questa volta i soggetti sono (da sinistra) Ultra Boy e Timber Wolf, come potrebbero apparire nel mio futuro racconto.

Cose che mi fanno incazzare /1

Guardando le classifiche di vendita dei comics originali, spesso mi si accappona la pelle. Il mercato americano è ridotto alle sole fumetterie, al contrario di altri paesi come l'Italia nei quali il fumetto va incontro ai nuovi lettori proponendosi anche nelle edicole. Così, negli USA non accade mai un ricambio di pubblico, a favore di un riflusso costante dei soliti nerd che rimbalzano come zombie tra le novità somministrate loro dalle major. In conclusione, in America i fumetti sono un prodotto per collezionisti dal mero valore feticistico. Le storie sono in secondo piano, un valore aggiunto non indispensabile per schiere di fan col paraocchi la cui maggior preoccupazione è che gli eventi delle storylines attuali non rinneghino una virgola di quelle del passato, le uniche che probabilmente ricordano da un periodo in cui i fumetti si leggevano ancora davvero. Le classifiche sono già scritte ogni mese. I lettori di una serie son quasi sempre gli stessi, uno zoccolo duro che a volte può essere infoltito da qualche outsider curioso o alla ricerca, perchè no, di una rapida speculazione. E le vere gemme soffocano nei bassifondi della classifica, con ordini che non superano le ottomila copie. Quando va bene.



Tra le tante opere degne di nota strangolate dal folle mercato d'oltreoceano c'è Hard Time, di Steve Gerber, Mary Skrenes e Brian Hurtt (cliccando qui potete leggere la mia recensione di un episodio). Si tratta della storia di un liceale emarginato che, coinvolto suo malgrado in una rappresaglia stile Bowling a Columbine, viene condannato alla bellezza di 50 anni di galera, da scontare tra gli adulti. Per sua fortuna il povero adolescente, Ethan Harrow, scopre di possedere alcuni poteri sovrannaturali che gli consentono la sopravvivenza nel durissimo carcere. Camminando a zig zag tra una cronaca spietata delle ipocrisie del sistema giudiziario americano e tematiche ascetiche, Hard Time è una serie ricca, che ricorda alcuni serial di culto come Oz se pur con l'aggiunta di una vena fantasy.
Ovviamente, un prodotto così valido non poteva durare a lungo. Dopo un totale di 19 episodi (12 della prima serie, 7 della "stagione due") in costante emorragia di pubblico, la DC ha chiuso il rubinetto. Ripenso ancora con un certo fastidio all'ultimo numero di Hard Time, imbottito con la pubblicità delle serie DC di maggior successo... magari, per una volta, avrebbe avuto più senso fare il contrario. Queste sono cose che mi fanno incazzare.

Il buco nero dei sogni

Di tutti i fumetti che seguo, quello che mi sta più a cuore è sicuramente la Legione dei Super-Eroi. Per farla molto breve, si tratta di una via di mezzo tra gli X-Men e Star Trek, dove un gruppo di giovani alieni dotati di poteri di ogni genere si riunisce per proteggere la società del 31° secolo e lanciare un messaggio di unità e tolleranza. E' una lettura che comunica un gran senso di appartenenza e di grandeur da space-opera, senza perdere mai di vista l'animo di ognuno dei singoli personaggi del numeroso cast. In futuro conto di pubblicare in questo sito molti miei lavori relativi alla Legione, che anche da disegnatore è un mio notevole pallino.



Purtroppo la DC Comics, editore originale dei comics della Legione, mi ha fatto di recente il pessimo regalo di rilanciare la franchise in una nuova collana che ne vede ripartire la storia daccapo, rinarrata in modo ritenuto più accattivante nei confronti delle nuove generazioni.
In sè, una simile manovra non mi disturba più di tanto. I lettori della Legione hanno già assistito ad un reboot nel 1994 e i risultati, pur con inevitabili alti e bassi, hanno condotto a partire dalla fine del 1999 a un'infilata di cicli memorabili. Il problema è che, a mio avviso, la serie attuale non ha nulla a che vedere con quello che fino ad ora aveva caratterizzato la Legione dei Super-Eroi in ogni sua incarnazione, snaturandone la natura del concept stesso, oltre ad essere piuttosto insignificante e mal scritta in assoluto.
Così, in un momento di totale oblio da innamorato deluso, mi sono lanciato in una petizione che chiede il ritorno dell'ultima versione della Legion degna di essere definita tale, quella del '94. In realtà, pur di non rivedere il team corrente mi sarei accontentato di vederlo lasciare il posto perfino al gruppo originale del 1958, ma ho creduto più utile concentrare la richiesta su un obiettivo in teoria più raggiungibile. Chiaramente, nonostante questa precauzione, non mi sono mai illuso di poter ottenere alcun risultato con questa petizione, che potete raggiungere cliccando sul banner qui in alto. Più che altro avevo bisogno di sentire di non essere solo nella mia delusione, di sapere che altri fan la pensano come me. Così, in parte, è stato, con le circa 90 firme raccolte fino ad ora.
La petizione resterà attiva ad oltranza, per cui invito chiunque a firmarla anche se sotto sotto non gliene frega niente. Mettiamola così:
al costo di una firma offro un biglietto virtuale della lotteria dei sogni, primo premio il sorriso di un vecchio nerd come me.

13 luglio 2006

Ragazzo meraviglia

Per sottolineare la natura umorale del mio rapporto con il disegno, c'è da dire che la mia voglia di riprendere in mano la matita è influenzata, oltre che dallo stato d'animo del momento, anche dalla capacità dell'ambiente in cui mi trovo di mettermi a mio agio, di farmi sentire tranquillo di potermi scollegare liberamente dal resto del mondo.
Ultimamente mi capita spesso di disegnare all'università, un luogo non certo famoso per i suoi silenzi ma nel quale mi trovo molto bene, anche grazie a una buona compagnia di amici. Nella pausa tra una lezione e l'altra o in un break dallo studio mi si vede sempre più spesso indossare le cuffie del mio ipod e buttar giù qualche rapido schizzo. Purtroppo il mio scanner si è rotto pochi giorni fa, così per ora potrò postare solo qualche vecchio disegnino che avevo già importato. Immaginateli circondati da appunti di linguistica generale o di estetica.




Robin, il ragazzo meraviglia, è uno dei principali protagonisti dei miei disegni scacciapensieri. Nutro una enorme simpatia per i sidekicks, gli eroi bambini dei comics. Attraverso i loro occhi immagino delle avventure un po' folli, frizzanti e ingenue come quelle che sognavo con gli amici durante le vacanze della mia infanzia. Mi piacerebbe moltissimo, prima o poi, realizzare una storia intera con i Teen Titans della silver age... chissà!

"Sei diretto a Hicksville?"

La vita di una persona può cambiare in un istante. Io ci credo davvero, mi è successo più di una volta e, grazie al cielo, spesso è stato per il meglio. Uno di questi momenti è avvenuto, sotto forma di una specie di illuminazione, durante la lettura di Hicksville.
Senza anticipare nulla della trama di questa meravigliosa graphic novel, Hicksville è una storia sulle motivazioni che spingono un autore a fare fumetti e, in generale, su quelle dietro ad ogni artista. Perchè scrivere, perchè disegnare? Perchè raccontar(si)? La risposta che ho tratto da quest'opera
di Dylan Horrocks è la stessa che, forse, era già nascosta di fronte a me dietro alla spessa coltre di "cosa farò da grande?". L'esigenza di esorcizzare i propri pensieri sulla carta, in una sorta di consapevole transfert freudiano, risponde al bisogno di conoscersi meglio e di spezzare le convenzioni sociali che impediscono alle persone di farsi conoscere davvero. Insomma, l'arte come forma di terapia non solo per chi la fruisce ma soprattutto per chi la realizza.
Di fronte a questa immagine, ogni velleità di fare del fumetto una professione vera e propria ha perso ogni interesse di fronte ai miei occhi. Il bimbo che inseguiva un posto dietro al tecnigrafo come una specie di valhalla naif è diventato un ragazzo con il bisogno primario di dare un senso al caos dell'esistenza, razionalizzandolo attraverso le regole più o meno rigide della narrativa. Hicksville mi ha restituito il valore della scrittura e del disegno, il loro reale peso sulla bilancia della vita. Passioni da coltivare come indispensabili piaceri, con la mentalità di un artista "underground" che non accetta marchette.
In questo senso, internet è il mezzo ideale per diffondere pubblicamente e senza barriere i propri lavori, cosa che mi auguro di fare d'ora in poi sulle pagine di questo sito. Nella speranza che, perchè no, un giorno la mia catarsi personale possa suggerire a sua volta
a qualcun altro uno di quei momenti che cambiano la vita.